Punto di rottura

Di solito il corpo e la mente si abituano ai cambiamenti. Serve del tempo. Ma ce la fanno.

Ci si abitua alle privazioni. Togliere, limare, tirare, strappare quello che non serve.

All’inizio il corpo si contorce, la mente si dimena, mentre pezzi del nostro essere saltano via come sotto i colpi decisi di uno scalpello. Perché cambiare implica la chiusura di un capitolo, la morte di ciò che eravamo prima e la nascita di ciò che saremo poi. E la nascita (o rinascita), si sa, è un atto doloroso, uno sforzo che non avviene mai senza abbondante dose di lacrime, sudore, sangue. I polmoni bruciano a contatto con l’ossigeno. I muscoli si tendono nel tentativo di uscire dal buio e andare incontro alla luce.

“Vivere è come scolpire” dice Mauro Corona. “Occorre togliere, tirare via il di più, per vedere dentro”.

Dentro. All’essenza.

Poi arriva. Arriva quel momento, il punto di rottura, la svolta. Si smette di soffrire, di provare dolore, anestetizzati si tocca il fondo e si rimbalza, prima galleggiando in un limbo ovattato, poi scoprendosi altro da ciò che eravamo, con un’energia nuova, quasi dimenticando il dolore provato. Serve del tempo. Serve abbandono. Serve fiducia. Serve coraggio.

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