Tre storie da inventare

Ieri al mercatino vicino alla Stazione, per due monete, ho comprato un pezzetto di passato. Anzi tre. Fra i banchi che vendono chincaglierie, souvenir, libri usati, borse, ce n’è uno più particolare.

Una radio diffonde musica classica, in esposizione ci sono cartoline da collezione divise per Regione, monete più o meno antiche, vecchie fotografie, cartoline postali e lettere spedite in tempi lontani. Il richiamo è fortissimo, non riesco a resistere. Con discrezione, e anche un po’ di timidezza, inizio a leggere qualche lettera. Calligrafie eleganti, termini ormai desueti, pensieri affettuosi di figli verso i genitori lontani, messaggi d’amore timidi ma appassionati di amanti d’inizio secolo scorso. C’era una delicatezza diversa a quei tempi, un’educazione, una gentilezza che oggi è raro incontrare. Lo ammetto, all’inizio mi è sembrato di frugare nelle vite altrui, di impossessarmi indebitamente dei segreti familiari, dei frammenti più intimi della storia di chi scriveva. Poi, man mano, ho avuto come l’impressione che quelle storie fossero universali, che a scrivere potessero essere stati i miei bisnonni o i miei prozii, persone di famiglia. Ci sono anche tante foto sul banco, catalogate per argomento e organizzate in piccole buste di plastica trasparente. Ritratti, Montagna, Militari, Bambini, Animali, Equitazione, Ritratti di gruppo, Ritratti in posa. Ovviamente la mia attenzione è attirata dai ritratti più generici, scatti rubati alla quotidianità. Una gita domenicale fuori porta, una bella signora appoggiata ad una staccionata e vestita di bianco, abiti, acconciatura e stile chiaramente anni ’30. Bimbi in braccio ai nonni. Ragazzi sorridenti sulla neve con gli slittini. Una ragazza in primo piano con la pelle di porcellana e i capelli raccolti, labbra color vermiglio scuro, un’espressione compita, vagamente malinconica, un sorriso quasi impercettibile, lo sguardo non rivolto direttamente alla camera, ma perso e lontano. Il proprietario del banco si avvicina a me, accento del nord, mani nodose e polverose intrise di passato. Sembra anche lui uscito da quelle foto, un personaggio saltato fuori da quelle lettere, col suo parlar cortese, con la sua educazione d’altri tempi. Mi spiega, mi racconta. Scelgo una cartolina, inviata da Ernesto, che lavora a Belluno, a suo padre che vive a Catania. “Caro papà, finalmente sono partito da Belluno, e come vedi sono già arrivato a Milano, ove mi tratterrò appena una giornata, tanto per vedere questa grandiosa città e per dare anche la soddisfazione ad Elvira di rivedere la sorella più grande…”. Nomi di parenti, luoghi geografici si susseguono nella scrittura fitta fitta ed obliqua, ordinata e regolare con qualche licenza grafica svolazzante, giusto sul finale di parola. Il timbro porta la data “24.06.1909”. Tanto tempo fa. Scelgo anche una foto, la signora vestita di bianco. Ci sono delle montagne sullo sfondo. Si chiamerà Vittoria? Verrà da Verona? O sarà una Luisa, una Celestina, una Amelia proveniente da un altrove lontano? “Signorina ne scelga un’altra, gliela regalo volentieri”. Non mi faccio pregare. Ritrovo la fototessera della ragazza malinconica. Scelgo lei. Anzi forse è lei che ha scelto me. Sul retro della foto una scritta a matita, incompleta, come se il contorno della foto fosse stato tagliato e parte della scritta con esso. “…la mia ….tta tanto tanto cara. Iole.”

Ieri al mercatino vicino alla Stazione, per due monete, ho comprato tre pezzetti di passato. Anzi, mi sono regalata tre storie da inventare.

(Foto personale)

Tre storie da inventare

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