Bari, la casa di tutti (24 luglio 2015)

Bari è il molo San Nicola, volti anziani solcati dal sole che vendono ricci e grappoli di cozze e fanno spurgare i polpi. È il dialetto che mi diverto ad ascoltare mentre gesticolano fra loro, altalena di parole troncate sul finale e gruppi vocalici allungati e trascinati all’inverosimile. È il contrasto tra la vitalità dei ragazzi che sfrecciano in bici e i vicoli sonnolenti della Città Vecchia. È uno sposalizio alla Chiesa del Gesù, le invitate che arrivano a piedi su trampoli e abiti elegantemente kitsch. È la Cattedrale che svetta verso il cielo e scende in profondità col suo succorpo. Bari è intonaco color azzurro e sabbia, bifore che fanno capolino fra le lenzuola stese, porte d’ingresso aperte sui vicoli come fosse un’unica casa di tutti, tende che il vento solleva svelando il soggiorno o la cucina in cui una nonna canta vecchie canzoni sfaccendando. È la signora che impasta su un tavolo per la strada e a cui chiedo di farmi vedere come si fanno i cavatelli, è decine di grate con l’intelaiatura in legno su cui fanno asciugare le orecchiette al sole. È la signora del primo piano che cala la sporta legata ad una cordicella per farsi mandare su frutta e verdura dal negozio sotto casa. È profumo di pesce fritto, sugo di pomodoro, sapone di Marsiglia e farina di semola. Bari è ferro battuto e pietra bianca, è Roma, è Bisanzio, è tracce di Medio Oriente. Bari è altera come una duchessa aragonese e sanguigna come una bella popolana.

(Foto personale)

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