Pit stop

Mi capita ormai spesso, quando viaggio in treno, di perdere la cognizione del tempo e dello spazio. Non so più dove sono, che ora è, galleggio fra mille pensieri, idee, ricordi, progetti, parole. A volte però, quando il treno si ferma un po’ più a lungo in una stazione per effettuare il solito pit stop con relativo cambio passeggeri, guardo fuori con attenzione e mi lascio rapire dalle scene che vedo, nella privilegiata posizione di chi osserva senza essere osservato.
È così, durante una di queste pause lunghe, che vedo lei. Su una panchina della stazione di Civitavecchia, vestita con un abito di cotone a fiori grandi, i talloni appoggiati su un paio di infradito, il segno bianco lasciato dalle strisce di gomma sul collo abbronzato del piede lascia pensare ad un utilizzo più che frequente di quelle calzature, lascia pensare che quello sia forse l’unico modello a sua disposizione della collezione primavera-estate. Lei, che mi piace chiamare Giorgia, ha un’età che non riesco a definire, collocata tra i segni di una visibile maturità fisica e anagrafica e l’ingenuità infantile di alcune espressioni trasognate del viso. Un ragazzone è seduto sulla stessa panchina. Sono una strana coppia a vedersi, male assortiti ma nello stesso tempo coerenti, perfetti. Si passano l’un l’altra un cartone di vino del discount, gesticolano, annuiscono, una risata sghemba, una posa scomposta, poi silenzio. Ognuno coi propri pensieri, persi e soli, un velo di malinconia sugli occhi. Poi un’espressione rabbiosa, ancora gesti, parole, ancora un sorso, ancora una risata che esplode senza motivo, ancora un ghigno.
Il pit stop è finito. Faccio appena in tempo a scattare una foto di questo momento, prima che il tempo e il treno ripartano insieme. Io no. Per qualche istante rimango ancora lì, col pensiero e gli occhi fissi su quella panchina della stazione.

(Foto personale)

image

Annunci