Ventuno carte più una

Uno spesso muro di tufo, come una porta delle stelle.

Esiste un luogo di incantesimo e magia oltre quella soglia da varcare. Un luogo dove ogni cosa è riflesso, dove le tessere di mosaici fatti di specchio rimandano proiezioni frammentate, catturano l’ombra fuggente di ciò che io sono restituendo un’immagine veritiera, senza filtri.

Edifici dalle forme curve e ondeggianti in cui mi perdo, a tratti strozzata dalle spire di un gorgo senza fine, in picchiata. Senso di vertigine. A tratti, invece, come liberata e cullata da femminili rotondità ondulate. Atterro su un tappeto di ceramica priva di angoli, in un ventre materno e accogliente.

Respiro incanto e fascinazione.

Tasselli dai colori intensi, brillanti e vivaci. Sono parole, descrivono la mia complessità in un caleidoscopio di forme in continuo cambiamento. Basta un impercettibile movimento, una leggera torsione, uno spasmo involontario e lo scenario cambia. Una me diversa.

Alzo gli occhi. Una volta di specchi azzurri e stelle d’argento mi sovrasta. Per poi ripiombare in un inquietante tunnel di anfratti e concavità. Zone d’ombra, paure, incertezze. Mi muovo cauta, con circospezione.

Credo di guardare e sono guardata, mille occhi mi seguono. Emergono da un lago verticale di vetro liquido infiniti calchi di volti, del mio volto. Sono io che mi osservo da fuori, imputata, giuria e giudice implacabile. In uno spazio angusto sbarrato da un cancello e chiuso da un lucchetto grande e pesante, un ingranaggio si muove lento. Una macchina composta da cento e cento pezzi, incoerenti, stridenti, l’attrito produce un cigolio ripetitivo e sinistro. Le mie zone d’ombra, intrappolate in profondità, rimangono lì in attesa di giudizio e punizione, alimentate dal senso di colpa, nell’impossibilità di essere assolte e liberate.

Gira l’ingranaggio. Gira e non si ferma. Tutto torna, in un moto perpetuo e ricorrente.

E’ un luogo, questo, in cui è impossibile sfuggire a se stessi. Si è costretti a guardarsi in volto e riconoscersi. Alla fine di questo percorso iniziatico, dopo che la mente è stata dilatata, scomposta, rotta e frantumata nei milioni di pezzi di un puzzle, interrogata con innumerevoli indovinelli, messa alla prova da criptici messaggi, inerpicandomi seguo i gradini numerici di una scala. Da 1 a 21. Inghiottita da un misterioso e inesistente 14. Mi ritrovo infine allo zero, al punto di partenza. Di nuovo qui.

Ai piedi di una gradinata, una bocca aperta da cui sgorga un ruscello di acqua purificatrice. Mi specchio. Sono io. Luce e ombra. Una e mille. Spaccata e ricomposta. Nella testa una voce femminile recita: “Se la vita è un gioco di carte, noi siamo nati senza conoscerne le regole. Ma dobbiamo lo stesso continuare a giocare il nostro gioco”.

Gira l’ingranaggio. Gira e non si ferma. Tutto torna.

(Foto personale)

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