Beethoven e l’altrove

Tutto è sospeso qui, in questo luogo che oserei definire mistico. E’ sospeso il tempo, è sospeso il soffitto con i suoi gusci di legno di ciliegio dal colore caldo e intenso, è sospesa la ragnatela intricata di fili trasparenti che sostengono microfoni fluttuanti nell’aria, come piccole fate del suono. I rumori non esistono, tutto risulta ovattato, soffice, privo di eco. La sensazione è quella di trovarmi in una preziosa scatola portagioie rivestita in morbido velluto. Si entra qui, e ogni cosa si ferma. Solo la musica esiste.

Assistere ad un concerto da una galleria posta alle spalle del palco è un’esperienza diversa. Si colgono dettagli mai colti prima.

Nella mimica enfatizzata del direttore d’orchestra le note diventano parole, prendono forma concreta e definita, come un linguaggio sconosciuto che a poco a poco diventa intellegibile. Le guance si gonfiano, i denti si serrano, il volto si contrae o si distende, gli occhi diventano di fuoco per poi addolcirsi immediatamente dopo, sciogliendosi in un’espressione estasiata e persa. Tiene le redini, tira le briglie, poi le allenta e lancia i destrieri al galoppo, conduttore, ma anche lui asservito alla più alta volontà del genio compositivo.

I musicisti mi danno le spalle, posso osservare il loro movimento, il trasporto mentre suonano gli strumenti con delicatezza, passione, distacco o frenesia. Osservo gli Archi, disposti a coppie condividono il leggìo, è quasi sempre l’elemento di sinistra a girare pagina allo spartito, come per un tacito accordo. Osservo i Fiati. C’è un Ottavino. Fermo. Assiste alla Sinfonia al margine, quasi in disparte, in attesa del suo momento di gloria nel quarto movimento.

Poi vedo te. Violoncellista. Sei diverso dagli altri. Suoni in modo differente, meno composto. Vedo anche te sospeso, nel vuoto indeterminato dell’incipit. Ti vedo combattere contro la potenza e la propulsione del secondo movimento, per poi cedere e lasciarti andare ad una suadente danza.

Adagio molto. Andante moderato. Adagio. L’impeto si smorza, si riprende fiato e forza per affrontare l’ultimo, monumentale movimento. La sinfonia nella Sinfonia.

Presto triste molto assai. Il violoncello commenta e respinge.

Andante maestoso. “Seid umschlungen, Millionen!”. Abbracciatevi moltitudini. La testa segue il ritmo, occhi chiusi, sei di nuovo parte del tutto.

Allegro energico. “Freude heißt die starke Feder in der ewigen Natur”. Gioia si chiama la forte molla che sta nella natura eterna.

“Freude treibt die Räder in der großen Weltenuhr”. Gioia, aziona le ruote del grande meccanismo del mondo.

An die Freude. Inno alla Gioia.

Il Coro, strumento umano, organo composto da mille e mille canne. Aria che veicola, respiro che da vita ed emozione. Cuore, polmoni, gola, ancora cuore, quello dei tanti che si lasciano rapire dalla musica, soggiogati, trasportati in un altrove lontano.

Ad occhi chiusi, mi sembra di vederlo, Beethoven. Già sordo alla prima della sua Nona, testimonianze riportano che dirigendo a volte si alzasse, altre si stringesse fino al suolo, si muovesse come se volesse suonare tutti gli strumenti da sé e cantare per conto dell’intero coro. Sì, me lo immagino. Proprio in quell’altrove.

(Foto personale)

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