Chicchi di melograno e marmellata di cachi

Scendo dalla macchina. Appena apro la portiera, mi investe. Il profumo d’autunno. E’ proprio arrivato.

Qui, a qualche chilometro dalla Roma più trafficata e congestionata, la Roma che raramente si ferma, che nell’atmosfera mescola gli scarichi delle macchine al fritto dei negozi di patatine che spuntano ormai come funghi, qui, inerpicandoci su per quei luoghi che, già in un passato per noi remoto, erano conosciuti per il buon mangiare, il buon bere e l’aria frizzantina anche in piena estate, proprio qui, si percepisce perfettamente. Si presenta alle mie narici come un cesto pieno di ogni ben di Dio: essenza di legno bruciato nel caminetto, sentore di foglie macerate, distillato di umidità, un tocco di terra bagnata, venti gocce di succo d’uva pigiata, qualche etto di porcini messi ad arrostire, la dolce pastosità dei cachi già maturi e pronti da cogliere.

Siamo venuti per questo. Oggi domenica in famiglia.

Indossiamo indumenti da campagna e stivaloni di gomma, li inguainiamo con delle buste di plastica del supermercato per evitare che nel carrarmato della suola si infili irrimediabilmente la frutta caduta a terra e già diventata marmellata tra l’erba un po’ alta. Cappello in testa, per evitare che qualche cachi decida di staccarsi proprio mentre mi trovo nei paraggi… vabbé l’impacco nutriente per i capelli, ma non esageriamo.

Scatto una foto a mamma che si muove come una specie di astronauta appena allunato, con quelle buste ai piedi. La conserverò per riguardarla di tanto in tanto, quando il freddo e il buio del lungo inverno che tra poco non lascerà scampo mi renderanno cupa e triste e riderò di gusto, allora.

Allungo una mano verso l’alto, verso i frutti maturi e gonfi, arancioni di liquidi e polpa dolciastra, la buccia lucida, morbida e tesa. Pian piano li giro su loro stessi, torcendo il picciolo che li tiene attaccati al ramo. Piccoli movimenti, senza stringere troppo, farlo significherebbe far esplodere il prezioso pomo. Delicatezza ci vuole, rispetto. Del resto la natura ci ha messo mesi di pazienza e fatica per produrre questa grandiosa prelibatezza. Ci penso mentre affondo le dita in un frutto troppo maturo su cui qualche merlo ha già provveduto a banchettare, lasciando una ferita aperta e grondante, nascosta alla vista.

Le dita appiccicaticce e sporche. Mi sento euforica. Euforica come può essere una bambina autorizzata a infilare le dita in un barattolo di marmellata. Decine e decine di barattoli di marmellata attaccati ad un albero. Come dire, dal produttore al consumatore. Più “chilometri zero” di così, si muore.

Mi faccio largo tra le foglie, scorgo grappoli arancioni che giocano a nascondino col mio sguardo. Mi arrampico su per il tronco: quel frutto lassù è troppo bello per lasciarmelo scappare.

Quelli più in alto li lasciamo ad uso e consumo dei volatili affamati di passaggio. Per gli altri ancora acerbi torneremo.

Dall’arancio al rosso. Melograno maturo, frutto regale, nasce con una corona già posata sulla testa. Il frutto di chi è paziente, di chi sa aspettare, sgranarlo non è lavoro da poco. Chicco a chicco, un’opera lunga e minuziosa per non sprecare neanche un vitaminico rubino di questo prezioso diadema. Aspro e dolce. Un frutto contraddittorio. Passionale. Sanguigno.
Simbolo di abbondanza. Dentro la buccia un microcosmo di diversità, ogni chicco un mondo a sè, creato dal paziente lavoro di cesello di Madre Natura.

Che poi io dico e ridico che l’autunno non mi piace. Ma non è così. Perchè queste domeniche di sole pallido mi affascinano. Quest’odore di umida terra bagnata mi culla. Questo tempo più dilatato e sonnacchioso mi conforta. Questo piluccare i chicchi rossi e aspro-dolciastri mi diverte. C’è malinconia nell’aria, la lieve malinconia di una stagione che sa di rappresentare un momento di passaggio.

Oggi passo la mano anche io. Niente fretta. L’estate tornerà ed io andrò di nuovo a caccia di sole. Per oggi però faccio la birichina, mangiando marmellata dagli alberi.

(Foto personale)

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