Vacanze romane

Lui: “Non si può dire che la tua Roma non sia una città romantica…”.

La sua Roma, la città che l’aveva vista nascere, che amava di un amore folle e incondizionato e odiava allo stesso tempo per essersi lasciata bistrattare, violare, vituperare, deturpare. La sua Roma in passato non era stata tenera con lei, custode di dolci ricordi diventati d’un tratto amari. Ma poi, poi il sole era tornato. E quando il sole splende su Roma, come fai ad avercela con lei? Come fai a tenerle il broncio? Non si può. Lei ti strizza l’occhio, ti svela l’ennesima delle sue meraviglie, ti rivela l’esistenza di qualche luogo segreto e dimenticato e si fa perdonare ogni torto.

Roma era una città romantica anche perché c’era lui. Lì. In quel momento. Altrimenti, forse, Roma sarebbe stata ancora una città per certi versi crudele, distratta, ammantata di cinismo.

Altrimenti, cercando di immortalarlo in uno scatto mentre passeggiava sovrappensiero per i vicoli di quella Trastevere di cui si era innamorato e in cui si muoveva ancora come un turista curioso in vacanza, quel topino appostato dietro ad un vaso giù in strada e rimasto impresso nella foto, sarebbe stato solo un orribile intruso, non un “simpatico elemento di disturbo”, come lo aveva soprannominato lei mentre, ridendo a crepapelle di disgusto e sorpresa, lo aveva preso per mano trascinandolo via di corsa.

Altrimenti quel gelato, preso camminando senza meta e senza coordinate, sarebbe stato un gelato qualsiasi. Non un gelato dai gusti particolari e vivi. “Assaggia questo”. “E tu assaggia quest’altro”. E a forza di assaggiare, finire l’uno la coppetta dell’altra rubando palettate di nocciola, banana, pera, arancia e cannella. Rubando baci per sentire, patetico espediente, se sulle labbra rimaneva il sapore di nocciola o di arancia.

Altrimenti l’Isola Tiberina sarebbe stata solo un montarozzo di terra e detriti con un ospedale al centro. Non quel luogo magico che era sempre stato per chi lo sapeva guardare davvero, per chi sapeva ascoltare il fruscio del vento e gli echi di un passato lontano, quando a Roma non c’era niente, ma proprio niente, a parte il Tevere. Era un teatro sospeso sull’acqua che viveva con il fiume un rapporto stretto e unico. Lì, lei s’era messa a correre, una volta, sfruttando la pendenza della collina naturale dell’isola, sugli argini dove la gente a primavera si sdraia e si mette a prendere il primo, timido sole. Aveva sentito le gambe formicolare di energia, un’energia che non poteva contenere. E allora senza dire niente, all’improvviso s’era messa a correre su e giù per gli argini, ridendo, mentre lui la guardava, ridendo pure lui, rendendosi conto di essersi imbattuto in una strana creatura. Contento perché quella creatura era sua. Contento perché si sentiva suo.

Roma era una città romantica perché c’era lui, che ancora non ne conosceva segreti, storie e leggende, a cui mostrarli e farli conoscere. Altrimenti quelle centinaia di migliaia di storni che affollavano i platani su Lungotevere Raffaello Sanzio sarebbero stati la solita piaga autunnale che ti costringe a portare l’ombrello in borsa anche quando c’è il sole, colpevoli della pioggia acida che ricopre le auto parcheggiate e le divora. Sarebbero stati simili a neri pensieri mentre si spostavano a nugoli ondeggianti e danzanti nel cielo vespertino. Invece no. Lui era lì. E di nuovo giù risate, mentre cercavano di schivare i colpi del bombardamento aereo in cui si erano trovati coinvolti, mentre cercavano di raggiungere correndo l’auto parcheggiata proprio sotto un platano.

“Li sotto l’arberi de Lungotevere le coppie fileno, li baci scrocchieno…Si nun sei pratico de regge moccoli, pe’ Lungotevere nun ce passà!” cantava Gabriella Ferri e altri prima di lei.

E quel tramonto su Ponte Sisto, sarebbe stato un tramonto qualsiasi. Quel battello che passava sotto ad una delle quattro arcate con l’occhialone al centro, lasciando una scia muta e lente increspature, sarebbe stato uguale a mille altri battelli. E quel venticello che soffiava e distribuiva carezze sulle guance dei turisti e faceva cantare alle foglie secche sugli alberi le ultime canzoni di carta frusciante, prima di farle cadere a terra in una morbida, eterea danza di caldi colori, sarebbe stato solo un vento stizzoso e fastidioso che scompigliava i capelli di lei intrecciandoli e schiaffeggiandoli sul gelato alla nocciola.

Roma era diventata ancora più romantica, da quando la poteva raccontare e far vivere a lui. E in quel momento lei si sentiva Roma, si sentiva città, si sentiva bella e allegra. Si sentiva isola. E lui, lui era il Tevere.

“Tra ‘ste du’ rive sott’ ar Gianicolo prima da Roma ce stavo già….”

(Foto personale)

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