La valigia sul letto

In che Paese vorrei andare a vivere? E cosa metterei assolutamente in valigia?

Quante volte me lo sono chiesto.

Stefiste di Gassa d’amante, un po’ di tempo fa, mi ha invitata attraverso il tag #lavaligiasulletto (ideato da Valentina di Amori ai tempi della crisi) a creare un post rispondendo proprio a queste due domande.

Le regole del gioco sono:
– Citare il creatore del TAG (se vi va di farlo)
– Citare chi vi ha nominato
– Il tema è: mi trasferisco! In che Paese vorreste andare a vivere? E cosa mettereste assolutamente in valigia?
– Nominare almeno altri 5 blog e avvisarli della nomina.

Me la sono presa abbastanza comoda, ci ho pensato un bel po’ prima di giungere alla risposta definitiva, sebbene la conoscessi già. Diciamo che mi sono divertita a rifare mentalmente il percorso che mi ci ha portato. Anzi, che non mi ci ha portato, almeno non ancora. Perché questo “luogo-non luogo” in realtà non l’ho ancora depennato dalla mia lista dei desideri.

Fissata coi viaggi lo sono sempre stata, fin da bambina. Che fossero viaggi mentali o reali, poco importava. E poco importa ancora oggi. Comunque. Avevo circa sette anni quando mi feci regalare da mamma e papà, per il compleanno, un mappamondo. A scuola, in classe, era appesa una grande cartina dell’Italia. Ma a me non bastava esplorare quei confini. Avevo trovato nella libreria dei miei un tomo pesante e favoloso, copertina marrone e beige rilegata su cui era impressa con caratteri dorati la scritta “World Atlas”. La prima volta che l’ho aperto è stata magia, emozione. Pagine un po’ ingiallite e profumate di passato, chissà come era arrivato a casa nostra, non l’ho mai chiesto. Era scritto in inglese, una lingua che non conoscevo ancora ma che iniziai ad imparare proprio lì, andando a senso, memorizzando vocaboli, guardando illustrazioni, leggendo didascalie, pressando fino allo sfinimento mamma perché mi insegnasse, rubando i libri di grammatica inglese su cui lei, tempo prima, aveva studiato. Esploravo palmo a palmo sulle tavole dell’atlante territori lontani e sconosciuti, sognando paesaggi, immaginando popoli, inventando lingue diverse dalla mia.

Chiesi il mappamondo, dunque. Me ne regalarono uno che io trovai stupendo: aveva una lampadina all’interno, si poteva accendere! Il mio compleanno cade in inverno, giusto una manciata di giorni prima di Natale. Ricordo che la sera, spegnevo le luci e accendevo il Mondo, il mio mondo. L’azzurro degli Oceani si confondeva con il bianco delle lampadine del presepe fatto nella mia cameretta. Il mio gioco preferito era diventato questo: dare un bel giro al globo illuminato e, ad occhi chiusi, puntare il dito su una destinazione a sorpresa. Poi “the World Atlas” mi dava informazioni in più.

Ci fu una volta in cui il mio ditino si fermò su una terra lontana lontana. Stava laggiù, in mezzo ad un oceano sconfinato, emisfero opposto al nostro. Due isole. Una più a nord ed una più a sud.

“N-e-w  Z-e-a-l-a-n-d”, lessi.

Il nome mi piacque subito. In quel momento era nato il mio sogno remoto.

Da lì, papà mi disse, veniva l’uomo che aveva raggiunto la vetta più alta del Pianeta. Lì c’erano i Maori, con i loro corpi tatuati di nero e motivi tribali. Quello era l’equipaggio da battere, nel 1992, quando seguivo avidamente con i miei in tv ad orari improbabili la Louis Vuitton Cup, sognando di prendere parte alle regate e alle imprese favolose del Moro di Venezia timonato da Paul Cayard. Quella è la terra su cui mise piede Ada McGrath dopo un lungo viaggio in mare verso l’ignoto, verso l’amore, verso la rinascita, in uno dei miei film preferiti di sempre,”The Piano”. La Nuova Zelanda è diventata Terra di Mezzo, e viceversa, il Mount Sunday è diventato Edoras, il Waiau River è diventato il Fiume Anduin, a Matamata è germogliata Hobbiton.

Questo è il posto da cui una romana come me, che nonostante tutti i lati negativi della Capitale non potrebbe pensare di vivere neanche un sanpietrino più in là, si sente magneticamente attratta. Roma, Berlino, le Dolomiti, il mare del Salento…luoghi che amo profondamente e senza rimedio. Ma…la Nuova Zelanda…sarebbe voltare pagina, completamente. Sarebbe oceano e alte vette, natura selvaggia e civiltà avanzata, tradizione e futuro. Un luogo tanto lontano da non avere alcun legame col passato, a parte l’essere il sogno di una bambina con l’indice puntato a caso su un mappamondo illuminato. Eppure luogo già amato e conosciuto, vagheggiato, legato con il doppio filo delle emozioni e dell’immaginazione.

Io lo so che prima o poi il mio piede si poserà su quel suolo. Lo so che respirerò quell’aria, che vedrò quel mondo nuovo ma antico, che pur conoscendo ormai l’inglese vorrò imparare la lingua dei Maori, la loro danza, le loro tradizioni. Lo so.

E porterò con me il mio volumone rosso del “Signore degli Anelli” mentre andrò a scalare il Mount Sunday con il tema di Edoras e di Rohan nelle orecchie intonato da un meraviglioso violino norvegese. Porterò anche Michael Nyman e la sua colonna sonora di Lezioni di Piano, e la ascolterò guardando il tramonto dalla Karekare Beach. Porterò curiosità, voglia di esplorare. E porterò anche quel World Atlas da cui tutto è iniziato. Lo aprirò. Sentirò ancora profumo di passato. La voce di mamma che mi insegna l’inglese. Quella di papà che mi narra le imprese di Edmund Hillary e dello sherpa Tengzing Norgay. E sarò a casa.

Ora tocca a voi, se vi va:

emptykey3.wordpress.com

ilblogdirobertoemanuelli.wordpress.com

blogdelviaggiatore.wordpress.com

hopocodadire.wordpress.com

maplesexylove.wordpress.com

(Foto personale)

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