In prospettiva

Ci sono silenzi che pesano. Ci sono solitudini che spaventano e inghiottono. Anche per chi, come me, con silenzi e solitudine di solito ci convive pacificamente. Una mattina ti alzi e qualcosa si inceppa nel meccanismo, la sera torni a casa e il buio è troppo buio, i rumori della strada sono troppo ovattati, i figli degli inquilini del piano di sopra sono diventati improvvisamente troppo educati e non vanno più sul monopattino ad orari improbabili. Troppo silenzio. Troppa solitudine. Si crea un vuoto, una voragine che chiede di essere riempita. Con qualsiasi mezzo. Si incappa nuovamente in vecchi errori, consuetudini che si credevano sradicate, paure che si ritenevano addomesticate. Bisogna sempre stare attenti, tenere gli occhi aperti,  che la parte più oscura di noi può essere sempre in agguato, pronta ad aggredire alle spalle o a presentarsi a viso aperto, con fare amichevole, innocua, per poi colpire senza pietà. E così, in una notte piena di incubi, piena di pensieri trasfigurati, mentre la mente è impegnata a pescare ricordi e situazioni, a rimescolare volti, personaggi e ruoli del mazzo di carte come in una partita nuova e surreale, capita di svegliarsi, col viso schiacciato sul cuscino, un rivolo umido e caldo che sgorga dal naso, un sapore dolciastro e lievemente metallico in gola e sulle labbra. Una rosa rosso vivo sulla federa. Lei ha colpito di nuovo e questo è stato un avvertimento.

Il corridoio ha mutato forma, ora è lungo e dritto e non più circolare. Guardare le cose in prospettiva, bisogna. Riprendere forza e guardare in faccia il nemico, che ora gioca a carte scoperte. Procedere un passo alla volta, senza fretta, che dietro ogni colonna si nasconde un ostacolo, ma ogni colonna superata è un metro in meno che separa dall’uscita. I giochi di prospettiva possono essere ingannevoli talvolta, ma se di giocare a nascondino si tratta, tana libera tutti voglio farla io.

(Foto personale)

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