In fondo al mar

Come le foreste sono piene di alberi diversi, così anche il mare è pieno di pesci. Ognuno con il proprio carattere, inclinazione, aspetto, forma. Ci sono quelli che nuotano in superficie, piccoli e scattanti, alcuni si muovono in banchi, si avvicinano, ma al minimo movimento scappano intimoriti. Se uno vira, virano anche gli altri, come fossero un unico grande pesce ondeggiante, più minaccioso in apparenza di quello che è in sostanza. Pesci furbi, a volte un po’ vigliacchi…facendo gruppo spalancano le fauci, presi singolarmente sono timorosi e tremanti.

Ci sono i pesci dispettosi, quelli che tu stai lì a sguazzare per fatti tuoi, a zompettare nell’acqua godendoti il sole, il cielo, i riflessi cangianti, la corrente dolce che ti fa ondeggiare come un’alga sinuosa e sospesa, e loro cominciano a farti il solletico ai piedi. Arriva uno, poi ne arriva un secondo, ti circuiscono danzando e solleticando il tallone, arriva un terzo che ti mordicchia il mignolo, il quarto da un colpo di coda all’alluce, il quinto cerca di intrufolarsi tra indice e medio. All’arrivo del sesto la pace è finita da un pezzo: o cambi zona o ti butti a pancia all’aria e ti fingi morto (a galla).

Ci sono pesci timidi e solitari, vivono sotto la sabbia, in anfratti bui, fra le pieghe increspate degli scogli che per l’occasione diventano come condomini sottomarini. Ognuno qui ha la sua stanzetta, ognuno il suo spazio, qualcuno fa capolino in cerca di compagnia, altri se ne vanno autonomamente in esplorazione dei fondali. Sono quelli che fermi proprio non riescono a stare, curiosi, amano spingersi sempre un po’ più in là, per poi magari tornare all’amato scoglio.

Ci sono pesci grandi, che vivono al buio, negli abissi delle profondità pelagiche. Hanno occhi enormi, per catturare quel poco di luce che arriva laggiù, di tanto in tanto, come un prezioso regalo. Non temono la solitudine. Non temono la fredda acqua che fa rabbrividire. Non temono il silenzio. Che poi, anche laggiù, il silenzio ha sempre una voce. Anzi, spesso il silenzio assoluto, sa parlare più chiaramente.

I pesci buoni li riconosci subito. Sono affabili, generosi, ti girano un po’ intorno ma senza essere molesti o invadenti. Giocosi, pinneggiano lentamente per poi accelerare all’improvviso divertendosi a fare capriole, come se scoprissero ogni volta con stupore di avere un corpo adatto a muoversi nell’acqua, per poi dimenticarsene di nuovo e vivere la propria condizione come un fatto naturale. Entusiasti, affabili, amichevoli, si fidano troppo, immancabilmente finiscono per abboccare a qualche amo. Rimangono i più buoni anche nel piatto, fritti o al forno con le patate, in un estremo e ineluttabile atto di generosità.

In questo grande, sconfinato mare, nuotano tanti pesci cattivi. Sono infidi, capaci di nascondere dietro un’apparente aspetto gioviale degli aculei, un veleno, un pungiglione letale. Chi di noi non è stato trafitto da una tracina? Si muove sotto la sabbia, mimetizzandosi, per poi colpire a tradimento. Alcuni dicono per difesa. Io ho smesso di crederci. I pesci cattivi esistono ed esisteranno sempre, e molti lo sono per il puro gusto di esserlo. Piranhas, murene, squali sanguinari che infieriscono sulla preda fino ad annientarla, per poi lasciarla lì agonizzante.

Lo so per certo. Sono circondata da almeno quattro di questi predatori. Divincolarmi e fuggire sarà un’impresa.

(Foto personale)

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