Pensieri sparsi in gabbia

Quasi tre mesi che non prendo un treno. Ci sono cose che mi tengono inchiodata qui, situazioni gravose che non ho voglia e forza di risolvere. Che mi stanno facendo mettere in discussione tutto, soprattutto la persona che sono. Credevo di essere scesa a patti coi miei limiti, di riuscire a convivere con essi, di conoscerli e conoscermi e potermi permettere di non temerli, di non dover più temere me stessa, di potermi accettare ed essere finalmente indulgente con me.

Invece no.

Ho avuto il forte sentore, quando il 2016 ha fatto capolino, che sarebbe stato un anno duro e faticoso da affrontare. E si sta rivelando tale.
Errori che io non ho commesso si stanno riflettendo su di me e sul mio futuro e se fino a poco tempo fa riuscivo a respirare guardando il cielo, ora vedo una gabbia opprimente, tengo la testa china e bassa, se la alzo vedo solo sbarre e mi prende un senso di vertigine che da allo stomaco.

Quando si ammette qualcosa di scomodo sul proprio conto, sulle prime si prova un senso di liberazione. Finalmente. Niente più lotte per essere altro da ciò che siamo, per nascondere le nostre debolezze ed essere più forti di quanto riusciamo ad essere. Ma la verità e’ che da qualsiasi parte si tiri, la coperta rimane sempre troppo corta. Si rannicchiano le gambe, per non far spuntare fuori i piedi, ma dopo un po’ a stare rattrappiti ci si stanca. Allora si allungano le gambe ma esce anche la testa dalla parte opposta, come succede alle tartarughe. Del resto non si può vivere in perenne apnea, col naso sotto alle lenzuola, dopo un po’ si ha bisogno di aria nuova. È una lotta costante tra quello che sei e come dovresti esser per riuscire a rimanere a galla in questo mare agitato che è la vita, tra come ti percepisci e come ti vedono, tra quello che senti e i sentimenti che ti attribuiscono.
La soluzione sarebbe forse fare a meno della propria testa e imparare a pensare con quella degli altri. Oppure mettere i piedi al posto del cranio.
Non si ha sempre la fortuna di essere circondati da persone buone, il mondo è una savana piena di gente sgradevole, branchi di jene fameliche si aggirano in attesa di un tuo passo falso e a mettere la testa sotto la sabbia come gli struzzi prima o poi si finisce comunque male.

In tutto ciò mi mancano le stazioni. Ma soprattutto mi manca quel senso di sospensione che si prova prima che il treno parta, il momento in cui comincia a muoversi e ci si sgancia da tutto, iniziando a vivere in un tempo che scorre più velocemente ma anche più lentamente del tempo degli altri. Mi mancano quei momenti solo miei, poter osservare il viavai della gente, volti diversi, nuovi, a volte grotteschi,  spesso infidi. Mi manca potermi distaccare da questa casa che ora sento rifugio e prigione. Mi manca la leggerezza con cui camminavo spedita nonostante la valigia spesso pesante al seguito.

Non so quando e se potrò alzare di nuovo la testa senza provare senso di vertigine e oppressione.
A che serve un cielo azzurro se non lo puoi guardare tutto intero?

(Foto personale)

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