Ofelia

Pelle di alabastro e vitrea luminosità. Sguardo morbidamente disteso verso l’infinito. Labbra dischiuse come sullo sfumare di un canto sussurrato. Una sagoma liquida come l’acqua che la circonda, ondeggiante nelle anse del fiume che la trasporta nell’ultimo, sebbene prematuro viaggio. Pennellate di smeraldo, cobalto e carminio regalate alla tela con tocchi lucenti per intrecciare ghirlande. Ranuncoli che profumano di ingenua giovinezza, margherite di innocenza, rose col loro carico di vellutata bellezza e carnosa, inconsapevole passione. Un salice piange, accarezzando quel corpo esanime di fanciulla, l’ortica ne canta il dolore, violette e papaveri insieme colorano di tinte accese una morte giunta anzitempo. L’olio si fa pigmento acquoso, diluito e brillante, come marea luminosa che avanza sulla vetrata istoriata di una chiesa, accendendola.
La invidio, Ofelia, sospesa in quella molle danza galleggiante, nel silenzio di una placida campagna preraffaellita. Il tessuto pesante dell’abito ondeggia gonfio a pelo d’acqua. Le mani affiorano accarezzate dai petali colorati, semiaperte, come in attesa di qualcosa. Non c’è paura nello sguardo, ma una delicata, pacata rassegnazione. La invidio Ofelia, che sceglie di lasciarsi andare e lasciar andare tutto: la follia, la sofferenza, il tormento. Silenziosamente se ne va.
Quando ero bambina, al mare, pancia all’insù, galleggiavo. Ricordo la sensazione di abbandono che provavo mentre, ad occhi chiusi, stavo con le braccia allargate e accarezzavo l’acqua e l’aria. Cercavo di guardare il sole con le palpebre chiuse, mentre la vista, coperta da quella sottile membrana, vagava seguendo strani puntini fluttuanti, che più li seguivo e più scappavano, e allora decidevo di tenere lo sguardo fisso, così forse sarebbero venuti loro incontro a me. Ricordo quel silenzio subacqueo, che silenzio non era. Un sibilo sottile mi entrava nelle orecchie solleticate dai capelli sciolti, liberi di nuotare come alghe arrendevoli alla corrente. Immaginavo canti di sirene e voci di creature marine, poco importava che fossi quasi a riva e che a quella minima profondità il massimo che potesse capitarmi di incontrare fosse qualche soglioletta o una tracina stizzosa. Silenzio, interrotto solo dal mio respiro che sentivo amplificato attraverso l’acqua salata. È così che ci si sente nel liquido amniotico? È così che si sta quando intorno è solo buio e suoni lontani, prima che nei polmoni bruci l’ossigeno e la vista sia accecata dalla luce? Quando sei nato non puoi più nasconderti, diceva un libro.
Penso a me, bambina, che galleggiavo e dopo un po’ mi stancavo di galleggiare, andavo a tuffarmi da qualche scoglio, o a cercare conchiglie, o a farmi arrostire dal sole costruendo un castello dalle guglie sabbiose. Penso a Ofelia, che invece non si stanca di galleggiare, perchè a volte si è semplicemente molto più stanchi di combattere la follia di questo mondo e ci si affida alla corrente.

(Foto personale – dettaglio di “Ophelia”, John Everett Millais, olio su tela)

Annunci